Le opere contenute in questo blog, scritte da Umberto Coro, sono tutelate da diritti d'autore

02 dicembre 2011



"Una favola per tutti"
Casa Ed. L. Pellegrini editore
Quanto sto per narrarvi è frutto di pura fantasia, se consideriamo che è una quercia a raccontare
ciò che narra però è verosimile e ambientato negli anni 1945/ 1951.
....Sono 4 bambini che si ritrovano come per magia, davanti a una Quercia parlante e tre folletti.
i bambini poi , grazie alla saggia quercia si addentreranno in un lago... dove vivranno una storia di adozione, una favola quasi vera e...
Prefazione del regista Mauro stante
Chiesi ad Umberto, dopo aver terminato il suo romanzo
“ La quercia e i bambini di tutti”: “ Hai mai letto  William B. Yeats?”.
Mi rispose di no .
Eppure questa storia “sarda” con alberi parlanti, gnomi, folletti, spiriti buoni e segreti, mi rimandava a quelle “fiabe Irlandesi” che lessi tempo fa.   Perché?
Chissà, forse è vero che tutti gli isolani si assomigliano: il loro rapporto con la terra brulla, arida, dura e col mare che sempre ha portato il colonizzatore di turno.
Questa “ apartheid geografica” li tempra, li rende “ squisitamente diversi” .
Ma sempre fieri e mai domi .
Ecco, allora, che come Yeats, Umberto  Coro racconta la “sua isola” e traduce in immagini visionarie una cultura poliedrica, nutrita dai miti della sua terra e da una tradizione simbolista ed uno spiritualismo razionalista .
E così la Sardegna diventa punto di partenza e il suo racconto ne travalica i confini per diventare, non solo una storia “sarda”, ma una storia “per tutti”.
Una storia dove ognuno può ritrovare un pezzo della “propria” storia: la “propria quercia”, le “ proprie radici”.
Dalla prima pagina ho “sentito”  di leggere un romanzo di grande respiro e universalità. E questa, credo, sia la caratteristica dei grandi narratori.
Buona lettura
Mauro Stante
Attore, regista e insegnante di recitazione .
1957...Io ieri e mio Padre
Lo so, sarebbe banale affermarlo che ieri  non è Oggi.
Allora ero uno dei tanti bambini, che nell’innocenza saltavamo i muri degli altri giardini, ma con la coscienza che oltre quei muri, quei  frutti maturi
erano d’altri padroni, ma chissà perché erano i più dolci, erano buoni!
La fortuna però spesso c’ingannava!
Sotto l’albero c’era il padrone che armato di rastrello e bastone ci aspettava.
Io, ed i miei fratelli minori, come a delle agili scimmie, saltavamo quegli alberi da un ramo all’altro lasciando cadere tutti quei frutti maturi sulla testa del padrone.
Veloci come a delle rondini volavamo verso casa, ma? … mio padre già sapeva!
E come una sentinella sul portone ci aspettava, col suo capello in giù,
e con gli occhi puntati su di noi come un leone,
era già pronta la nostra punizione!
Ed io che ero il più grande, la punizione era la più pesante.
Ero il settimo degli 11 figli.  “Settimo non rubare”  lui diceva,
e dentro la stanza per ore ed ore, mi rinchiudeva,
con solo le mutandine, o anche senza.
Io mi vergognavo, e mi nascondevo sotto il letto
rimanevo tanto li sotto, a riflettere, e farmene una ragione, e una ragione c’era,
lui era severo ma non cattivo.
Voleva solo insegnarmi quello che allora non capivo!.  
Intanto un altro sole nasceva ed era un nuovo giorno da sognare ad occhi aperti,
Mentre poco distante da casa alla stazione, dove partivano ancora i treni a vapore; mio padre sporco di carbone aspettava un caldo caffè,
e con un sorriso, infilandosi la mano in tasca, toglieva fuori una caramella
come a perdonare la mia, ennesima…marachella!
Intanto il sole aveva raggiunto il suo mezzogiorno e noi 11 figli con nostra Madre seduti sul gran tavolo; aspettavamo impazienti il suo ritorno, 
per assaporare insieme quel buon piatto di pasta, che sapeva delle mani buone di mia madre, ed il sudore di mio padre.
Ma non era ancora il momento per noi ancora bambini di capire che…
In quelle tenere mani di una Madre, c’era un duro lavoro.
Quelle ruvide mani di un Padre  che scuotevano dalla fronte gocce di sudore colorate di nero e che solcavano il suo viso; era carbone!

Mentre io ancora dietro ai miei fratelli minori, sulla cima della grande

Quercia, ci facevamo cullare, fingendo e credendo di volare nell’azzurro
colore di quel cielo… Poveri, ma ricchi di libertà, e mentre il ramo della quercia risaliva all’insù…  vedevo già lontano il tramonto del sole con le sue realtà.

Umberto Coro.
Cuorgnè, giugno ’06.
Dall’opera unica DEP. SIAE “OLTRE LA FINESTRA                                                                


1 commento:

Lina-solopoesie ha detto...

UBERTO CIAO .
Quanto più leggo i tuoi post , più noto che sei una persona molto intelligente e di grande sensibilità . Volevo dirti che : Visto che per Natale mancano ancora due settimana , e già mi hai lasciato gli auguri per natale , spero che verrai di nuovo da me come io farò con te .
:) Ciao e felice serata Lina